torniamo a navigare - blog 5

Finalmente si va in acqua.

Mi aspettano 250 nm (463 chilometri) offshore come primo step di una settimana di allenamenti. Prima volta che navighiamo sole in Atlantico, Gigali ed io.

Navigheremo su regime di alta pressione, ovvero, la probabilità di incontrare temporali e cambi di vento repentini è abbastanza bassa. Per di più, nei regimi di alta pressione, gli effetti locali sono più accentuati, sarà dunque interessante vedere lo sviluppo del meteo nei passaggi costieri. Che vuol dire?! Il vento è molto influenzato dalla costa. Immagina che hai a che fare con il ragazzo che ti piace, pensi di conoscerlo, di sapere come si comporta e di avere chiari i suoi comportamenti e il suo carattere. Lui è il vento al largo, abbastanza costante. Un giorno ti invita a cena con dei suoi amici, e tutte le certezze che avevi su di lui, sono svanite. Ti sembra un’altra persona. Il vento sotto costa più o meno è come il tipo che ti piace in un contesto con i suoi amici: irriconoscibile, tutte le tue certezze magicamente svaniscono.

Meteo a parte, come posso descrivere questo primo allenamento offshore? Freddo, gelido, ghiacciato, rigido, glaciale, polare… Ho reso l’idea? Ammetto di non essere una persona amante del freddo, ma pensavo ormai di aver sviluppato un livello di sopportazione minimo per quantomeno sopportare un clima poco piacevole… Apparentemente no. Ammetto però che, tornata a terra, i miei compagni di squadra “bretoni doc” hanno ammesso di aver sentito molto freddo e di aver raramente navigato in condizioni così poco piacevoli, e non nego che lì, la mia autostima ha avuto un leggero incremento.

Torniamo a noi. Partiamo con un piccolo allenamento inshore, idea dell’allenatore per farci stancare e forzarci a fare i turni di sonno durante la notte, e dopo qualche ora, e dopo centocinquanta issate ed ammainate di spi, partiamo per il largo.

Scapolare la baia de La Rochelle è stato il mio vero incontro con la corrente dell’Oceano Atlantico. Navighiamo con una TWS di 18 nodi e una TWA di 135, che per chi non sa di cosa stia parlando, una condizione perfetta, una condizione che spesso viene definita come “champagne sailing”, che penso sia largamente autodescrittivo. Eppure, la barca sembrava un cavallo impazzito, indomabile. Quando finiva l’accellerazione dalla surfata dell’onda, e la corrente aveva il sopravvento, era probabile straorza, ovvero disastro, tragedia. Ma, nella mia indole autolesionista (evidente, altrimenti non avrei mai deciso di intraprendere un progetto mini transat), lo ho trovato un momento educativo e divertente.

Avvicinandomi al capo, la corrente è diminuita (solitamente, la corrente è meno forte vicino alla costa). Scapoliamo il capo e navighiamo verso sud, con primo obiettivo contornare una boa chiamata BXA, a sud del Golfo di Biscaglia. Condizioni fantastiche, ho anche un nuovi spi (la vela gigante che si mette a prua sul palo che si muove, che chiameremo bompresso), e vado una bomba, giro la boa terza.

Girata la boa, la navigazione continua sotto gennak, (diverso angolo al vento, diversa vela). TWA 90, TWS 18, un pò stretto, ma lo teniamo. Un maxi, poco dietro di me, mi supera come un treno ad alta velocità supera un treno regionale, senza aria condizionata e con i finestrini rotti, il 12 agosto a Roma.

Estremizzando un pò la metafora, è come se un Ferrari stesse superando una 500 Abarth… Ti puoi impegnare quanto vuoi al volante della tua 500, ma il finale è chiaro. Inizia la notte, fredda, tanto fredda, ed il vento decide di cominciare un walzer interminabile che presuppone un cambio di vela costante. Da gennak a spi, da spi a gennak, poi spi, un attimo di bolina per dare un brio inaspettato, e si ritorna sotto spi. Insomma, una notte tranquilla e di riposo, con un vento steso e poco ballerino, proprio perchè siamo in un regime di alta pressione.

Finalmente arriva l’alba (che qui nella simpatica Francia è circa alle 8:45…). Finalmente ci si riscalda… ehm, no! Piove. Piove e siamo di bolina. Piove e pioverà per le prossime 24 ore tranquilli, non c’è scampo. L’angolo si apre un pò, e possiamo issare il gennak, evvai. Issiamo gennak, facciamo 5 minuti di navigazione a 11 nodi di COG, sempre sotto la pioggia, ma decisamente una navigazione più piacevole.

In un battito di ciglia il vento da 16 simpatici nodi sale a 25, e l’angolo giustamente si stringe, intorno ad una TWA di 85 gradi. A questo punto dovremmo rollare il gennak e continuare con il fiocco, per fare rotta verso l’obiettivo. Lo so, non c’è dubbio che è la scelta giusta da fare. Per di più, 5 barche a pochi metri da me, fanno esattamente questo: rollano il gennak e continuano la navigazione verso l’obiettivo, un pò più lenti, ma dritti verso la meta. Io, con la mia panda 500 abarth, decido invece di provare a fare il mitico sorpasso, quello che racconti agli amici al bar della piazza di paese. Tengo il gennak, ma necessariamente devo poggiare qualche grado se voglio che la barca non sia perennemente il straorza. Sono chiaramente più veloce di loro, ma sto facendo più strada. Oltre ad essere chiaramente una decisione sbagliatissima, non ho neanche giustificazioni, (oltre forse ad un pò di stanchezza), perchè avevo studiato pochi giorni prima la tabella del buon Bernot (un super meteorologo, autore di testi sacri della meteorologia), che spiega chiaramente che, a meno di una velocità molto superiore, perdere angolo sulla rotta è sempre un errore. Infatti perdo quasi due miglia in mezz’ora. Una bella cavolata, di quelle che ti fanno sentire proprio scema.

E vai con la seconda notte, con una bolina dritta sul naso, leggermente, ma LEGGERMENTE buono mure a dritta, ma nulla di entusiasmante.

Dovevo bolinare fra la costa bretone e un’isola -Ile d’yeu-, entrambe ovviamente mai viste prima, di notte, chiaramente senza cartografico. Una metafora che possa rendere l’idea per i non addetti ai lavori? Vieni da un piccolo paesino calabro, di 500 anime ed un’unica strada principale. Ti trasferisci a Roma stai per attraversare il raccordo annulare, poi la tangenziale, per arrivare a Ponte Milvio durante il Derby Lazio-Roma. Non è la fine del mondo, ma c’è di meglio. Insomma, una virata ogni 20 minuti, con matosaggio annesso (ovvero spostare tutto ciò che si ha a bordo, da una parte all’altra della barca), per circa due ore e mezza.

Lato positivo? il freddo si sentiva meno. La mattina del giorno seguente torno nella baia de La Rochelle dove vedo arrivare l’allenatore arriva con il gommone. Mi dico, che carino è venuto a darmi una mano ad entrare in porto, invece mi guarda e dice “sto mettendo le boe per fare allenamento inshore”.

La morale della storia è che, ironia a parte, sono felice come una bambina a cui è stato ridato il suo gioco preferito. Navigare mi era mancato tantissimo. Mancano ancora 4 giorni di allenamenti quindi vi saluto perchè vado a dormire.

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