Era troppo bello per essere “mini”.. - blog 4

Il primo mese si è concluso e, fra alti e bassi, il bilancio è positivo, il che non è affatto scontato.

Continuano gli allenamenti e la mia percezione di questo posto migliora sempre di più.

Giovedì ricominciano gli allenamenti di team: quattro giorni non stop.

Giovedì in acqua, allenamento inshore. Venerdì mini regate. Sabato e domenica offshore.

Giovedì, ottimo allenamento. Ormai ho abbastanza chiare le molteplici boe che utilizziamo nella baia per allenarci: Minimes W, Marie-Anne, Rouche de Sud… Capisco perfino senza troppa difficoltà l’allenatore quando parla al VHF, chiaramente in francese, controvento e con il microfono della radio bagnato.

Venerdì ci alleniamo con 10-15 nodi, tutte mini regate (notare l’assonanza).

Ultima partenza della giornata, prima di rientrare in porto. Non parto benissimo. Bolina fino all’offset, lasco a scendere, due giri (per i non addetti ai lavori, un classico esercizio che permette di allenare molteplici manovre utilizzando diverse vele).

Navigazione molto complessa perché, oltre al fatto che il percorso è molto breve e le manovre sono concitate e ravvicinate, nel nostro “campo di regata” si stanno allenando anche i Sun Fast che parteciperanno alla Transquadra (regata transoceanica in doppio), oltre a una serie di altre imbarcazioni. Sì, perché la cosa magnifica della Francia è che la maggior parte degli armatori, indipendentemente dal tipo di barca, la utilizza davvero per navigare e molto spesso! Contrariamente al tipico armatore italiano che usa l’imbarcazione per fare l’aperitivo nel weekend… Non me ne vogliate, sono molto patriottica, ma qualche cosa giusta questi francesi la fanno.

Ultima virata in layline per la boa di bolina, navigo mure a dritta.

Controllo la rotta, aziono il pilota e vado a prua ad aprire il bompresso che avevo precedentemente richiuso nella manovra di ammainata dello spi (ora arriva la spiegazione, restate con me).

SBEMMMMM.

Non è possibile, dico dentro di me, non è vero.

Un'altra barca, un altro Mini, un mio compagno di squadra, mi è letteralmente entrato nella prua, bucandomi la murata con la forchetta del bompresso per poi orzarmi contro, delaminandomi tutta la murata di sinistra.

Spiegazione: Sei in macchina, guidi, arrivi a un incrocio, devi dare la precedenza e non ti fermi allo stop. Brutto incidente. Per fortuna nessuno si è fatto male, ma tu, colpevole, hai la macchina perfetta e la povera anima pia che andava tranquilla per la sua strada si ritrova con l’auto distrutta. In questo caso io sono l’anima pia che ha la barca distrutta e nessuna colpa.

Per un secondo rimango annichilita. L’allenatore si avvicina con il gommone, penso: verrà a chiedermi come sto. Invece mi urla di reissare il fiocco (che avevo momentaneamente ammainato per valutare l’entità dei danni) e tornare in porto. Wow, penso, che tatto. Ripensandoci, cosa pensavo di ottenere fermandomi in mezzo al campo di regata? Certo, un “come stai?” non sarebbe stato male, ma comunque…

Torno in porto (ricordiamoci, sempre a vela e sempre di bolina), ormeggio saltando sulla banchina al volo e finalmente percepisco l’entità del danno. Credo proprio che domani non potrò navigare…

Oltre a un buco nella prua abbastanza grande da far passare la mano di un bambino, internamente la murata di sinistra è completamente delaminata.

(Spiegazione per chi non è del settore): quando la barca si delamina, significa che gli strati di materiale che compongono la struttura si separano tra loro. Immagina un panino:

  • Il "pane" sono i fogli di fibra di vetro

  • Il "ripieno" è la resina che li tiene uniti

Insomma, una cosa grave.

E ovviamente, quando succede? Alle 19:00 di venerdì sera. Quando i cantieri sono chiusi. Le assicurazioni sono chiuse.

Riesco comunque a contattare il cantiere dove avevo fatto l’antivegetativa (la vernice contro le conchiglie, questa l’avevamo già spiegata), spiegando la situazione, cercando di capire la disponibilità per la riparazione e avviando la denuncia alla mia assicurazione e, parallelamente, a quella dell’altra imbarcazione, responsabile dell’incidente.

Non vi annoio con i dettagli su quanto sia stato complesso:

  • Ottenere una perizia

  • Ottenere un preventivo dal cantiere

  • Far comunicare l’assicurazione francese, che dovrebbe rimborsare, con la mia assicurazione italiana (seguono standard completamente diversi)

  • Mantenere un approccio positivo senza cadere in un mix tra il pessimismo cosmico leopardiano e il vittimismo alla Albert Ellis

  • Avere un’idea di tempistica per rimettere in acqua la barca

Finalmente, dopo una settimana di inferno, ottengo qualche certezza:
✔️ La perizia è fatta
✔️ Il preventivo è pronto
✔️ Le due assicurazioni comunicano tra loro (neanche lavorassi per le Nazioni Unite)
✔️ Ho una prova scritta in cui l’assicurazione francese conferma che coprirà i danni
✔️ L’approccio positivo è aggrappato come un felino con le unghie a un filo di seta

⏳ Tempistiche? Ancora un mistero.

Iniziamo i lavori. Barca fuori dall’acqua, sul carrello, direzione cantiere. L’addetto alle laminazioni lavora mezza giornata perché la moglie è incinta e deve starle vicino… Si parla di circa due settimane di lavori. Dovrei riavere la barca venerdì 8 marzo. Oggi è venerdì 8 marzo, la barca è ancora in cantiere, ma mi è stato promesso che lunedì sarà pronta.

In queste due settimane senza barca sono uscita sul gommone con l’allenatore durante gli allenamenti, ho studiato la meteo meticolosamente, mi sono focalizzata sulla ricerca degli sponsor e sono andata ogni giorno in cantiere per velocizzare il più possibile i lavori.

Il mio stato mentale è un mix tra rabbia e rassegnazione. Sono venuta qui, in Francia, per allenarmi, nell’anno della Mini Transat… e che mi succede? Un sinistro mure a dritta contro mure a sinistra. Ma alla fine, è proprio questo che impersonifica la Mini Transat: affrontare imprevisti, non abbattersi e tornare più forti di prima.

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