si torna a lavorare - blog 3

La prima settimana è passata. È stata dura. Non ha smesso di piovere per sette giorni e la temperatura non ha mai superato i 3 gradi, nemmeno a mezzogiorno.

Non mi vergogno a dire che, sotto sotto, ho pensato: ma chi me l’ha fatto fare? Nel Med si stava bene. Barcellona, che nove mesi fa mi sembrava una realtà così lontana, era ormai diventata la mia comfort zone. Magari fra nove mesi penserò lo stesso di qui.

Normale, direte voi. È gennaio e sei in Atlantico.
Vero, ma non mi aspettavo un meteo così avverso. Sono riuscita a completare solo un quarto dei lavori che mi ero prefissata, e sono dovuta tornare in Italia a prendere due cose importantissime: il mio super amico Giacomo e la mia super macchina, una Smart ForTwo. La macchina più inadatta per una campagna Mini Transat, ma questa ho e questa ci facciamo andare bene.

Torno a Milano, dove saluto Andrea, prendo il treno per Roma, recupero la super Smart e vado a Civitavecchia. Lì, insieme a Giacomo, prendo il traghetto per Barcellona, per poi proseguire verso La Rochelle. Idea davvero malsana. Non ho creduto fino in fondo nelle potenzialità della super Smart e ho pensato che ridurre drasticamente il chilometraggio, partendo direttamente da Roma, fosse un’idea brillante (oltre che molto meno cara).

Le 30 ore di traghetto, rigorosamente senza cabina—perché noi ministi, se possiamo risparmiare, risparmiamo—sono state a dir poco interminabili.

Arrivati la sera a Barcellona, ci mettiamo alla guida verso La Rochelle. Otto ore, arriviamo. Non credo ai miei occhi: il sole!

È incredibile come la percezione di un luogo cambi. Non so se dipendesse dal mio stato d’animo o dal sole che splendeva, ma da quel giorno è stato tutto in discesa—si fa per dire, ovviamente.

La barca era in cantiere per fare l'antivegetativa, che, per i non addetti ai lavori, è una vernice che protegge lo scafo dalla formazione di piccole conchiglie, le quali compromettono le prestazioni della barca in navigazione.

La mia lista lavori diminuiva vertiginosamente, La Rochelle continuava a brillare sotto un sole più che atipico, e il freddo era sempre più freddo. Ma con una tuta da sci e degli stivali da trekking alpino (letteralmente) riuscivamo a sopravvivere.

Finalmente metto la barca in acqua, rialbero, e arriva il momento più atteso: la prova dell’elettronica.

Nell’ultimo anno ho avuto diversi problemi a bordo—come, d’altronde, tutta la flotta. Non voglio peccare di vittimismo, ma se dovessi focalizzarmi su un singolo problema che mi ha costantemente accompagnata durante quest’anno di qualifica per la Mini Transat, è l’elettronica.

Senza peccare di saccenza, azzarderei a spiegare il funzionamento di una barca come se fosse un elettrodomestico—diciamo un frullatore, sempre per i non addetti ai lavori:

  • La meccanica è l'hardware, il nostro frullatore.

  • Le vele sono la corrente che lo fa accendere.

  • L’elettronica è il software, ovvero il motivo per cui, se premo "on", il frullatore inizia a girare e, se premo "off", si spegne.

Ecco, il mio software mi ha lanciato tante sfide nell’ultimo anno. Se non fosse per il mio santo amico Giovanni —che non smetterò mai di ringraziare—non so come mi sarei raccapezzata in tutte queste difficoltà. In ogni caso, vediamo il lato positivo: ho sicuramente imparato qualcosa.

Dunque, il momento tanto atteso in cui avrei dovuto accendere gli strumenti di bordo era arrivato e, contro ogni pronostico, funzionava tutto. Incredibile, letteralmente. Non volevo crederci.

(Non per spoilerare, ma i problemi sono arrivati comunque. Però sono riuscita a gestirli!)

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