qualifica parte 2, la tempesta

Finalmente sto circumnavigando Montecristo, l’isola più a sud della mia navigazione in Italia. Da qui inizio a risalire verso nord, verso la Giraglia, il prossimo waypoint.

Ma il vento non vuole arrivare.

Sono nel cuore di un anticiclone che sembra essersi incollato al Mediterraneo e non avere alcuna intenzione di spostarsi. Le miglia scorrono lentissime, troppo poche. Ogni ora passata in mare sembra produrre quasi nulla.

Rimango ventiquattro ore a poche miglia dall’isola d’Elba. Il mare è immobile, l’aria ferma. Non riesco a muovermi.

I traghetti mi sfrecciano accanto a pochi metri di distanza e io resto lì, quasi ferma, incapace di fare qualsiasi cosa per spostarmi.

La mente inizia a vacillare. Non posso dormire: sono troppo vicino alla costa e in uno dei tratti di mare più trafficati del Tirreno. Rimango di guardia, stanca, mentre le ore scorrono lentissime.

Poi, finalmente, una leggerissima brezza.

Quasi impercettibile, ma sufficiente. Lentamente riesco a muovermi verso nord, verso la punta della Corsica.

Nel frattempo, però, il meteo cambia.

Una piccola ma potente depressione, con un fronte molto attivo, si dirige verso il nord della Corsica. Esattamente dove sto navigando in quel momento.

Ho circa 15–20 ore prima che mi raggiunga.

Inizio a pensare alle alternative.

Potrei ripararmi sul lato est della Corsica, dando fondo all’ancora o entrando in porto. In caso di una depressione improvvisa la classe permette allo skipper di rifugiarsi temporaneamente e poi riprendere la navigazione.

Potrei tentare di avvicinarmi alla costa francese continentale, magari Monaco.

Oppure provare a rientrare verso l’Italia.

Ma nessuna di queste opzioni è realmente possibile.
Non posso muovermi abbastanza velocemente.

Non c’è vento.

L’unico obiettivo diventa uno solo: essere il più lontano possibile dalla terra quando il fronte arriverà.

Supero quindi il nord della Corsica e inizio a fare rotta verso sud-ovest, dirigendomi verso il mare aperto per affrontare la depressione lontano da qualsiasi costa.

È notte.

Ci sono circa 20 nodi di vento.
La luna non è ancora sorta e il mare è immerso nel buio più totale.
Sono a 50 miglia da qualsiasi costa.

Guardo dietro di me.

Nel nero assoluto del cielo compare qualcosa di ancora più nero.
Un nero dentro il nero.

Una sfumatura così scura che rimarrà impressa nella mia mente per molto tempo.

Poi arrivano i fulmini.

Lampate improvvise che illuminano il cielo per un istante e mi permettono di intravedere la vastità della nube che sta arrivando.

È enorme.

Quasi sono felice che sia notte.
Almeno non riesco a vedere chiaramente ciò che sta per travolgermi.

Prendo due mani di terzaroli alla randa.
Metto in sicurezza l’albero con le volanti e con lo stralletto, un secondo strallo mobile che sostiene l’albero più in basso rispetto allo strallo principale e che aiuta a stabilizzare la randa quando è terzarolata.

Faccio lo stesso con le volantine.

La tensione delle sartie l’avevo già aumentata prima.

Mi aspetto una rotazione molto violenta del vento, tipica dei fronti attivi.

Quindi matosso a dovere: distribuisco i pesi a bordo per aiutare l’assetto della barca.

Modifico anche i settaggi del pilota automatico per il vento forte.

La manovra è finita.

Passano pochi secondi.

Poi il fronte mi investe.

38 nodi.
40 nodi.
45 nodi.
48 nodi.

I fulmini illuminano il cielo come se fosse mezzogiorno.

Il mare cambia volto nel giro di pochi minuti.
Le onde crescono rapidamente e dopo poco più di mezz’ora diventano enormi, incrociate, caotiche, con un periodo cortissimo — pochi secondi tra un’onda e l’altra.

Non avevo mai navigato con 50 nodi su un Mini.

In realtà ho navigato con 50 nodi solo una volta nella mia vita. Era su una barca di 10 metri, eravamo in due, avevo pochissima esperienza e all’epoca ero terrorizzata dai fulmini.

Ora non posso dire che mi piacciano, ma li vivo con molta più calma.

Durante una regata nel novembre 2024 un fulmine scaricò direttamente sull’albero di Gigali. Bruciò la stazione del vento, ma non fece altri danni.

Così, nei primi minuti della tempesta, resto in ascolto della barca.

Il pilota è stabile.
L’assetto è buono.
La barca risponde bene.
L’albero è fermo.

L’unico vero dubbio è la superficie velica: probabilmente è ancora troppa.

Avrei voluto ridurre anche il fiocco, ma francamente non volevo andare a prua durante una tempesta, di notte, con onde ormai formate e una pioggia torrenziale che rendeva tutto estremamente scivoloso.

La barca era felice.

E, lo ammetto, lo ero anche io.

La stabilità che La Fripouille mi stava dimostrando in condizioni così dure aumentava enormemente la mia fiducia in lei. Soprattutto dopo tutte le difficoltà vissute con la barca precedente.

Nel Mediterraneo queste scariche di vento sono spesso brevi.

Ma questa volta il fronte rimase per diverse ore.

A un certo punto mi sentii talmente a mio agio sulla barca che riuscii perfino a concedermi un pisolino di venti minuti.

Con l’arrivo dell’alba il vento era sceso intorno ai 25 nodi.

E, dopo la notte appena passata, quasi sembrava bonaccia.

Durante la notte avevamo navigato a 15 nodi di velocità verso le Baleari.

Quando controllo la posizione mi rendo conto che mancano solo 50 miglia a Minorca.

Fantastico.

8 di mattina più o meno, ora sto navigando sotto la traîne, la fase finale della depressione, caratterizzata da cumulonembi, i cosidetti groppi: raffiche violente accompagnate da pioggia intensa.

Più volte devo ammainare lo spi per far passare il groppo con i suoi 30 nodi abbondanti, e poi issarlo di nuovo per continuare a correre verso ovest.

Nel pomeriggio finalmente raggiungo Minorca, l’isola più orientale dell’arcipelago delle Baleari.

E proprio mentre sto navigando davanti all’isola, la radio VHF si accende:

«La Fripouille, solo sailor… dalla Guardia Costiera di Minorca. Ci riceve?»

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Qualifica… di nuovo!