Qualifica… di nuovo!

Sono un po’ stanca. Pensare che ora dovrei essere a Les Sables d’Olonne con Gigali, pronta a partire per attraversare l’oceano. Invece sono a Imperia a preparare una seconda qualifica.

Non mi sono mai fermata da quando ho avuto la fortuna di poter intraprendere questo progetto Mini Transat (2025): il primo anno passato a regatare senza pausa per accumulare un numero di miglia sufficiente per partecipare alla Mini Transat; il secondo anno il trasferimento in Atlantico per iniziare a conoscerlo, immergermi nella cultura marinaresca francese e fare le prime regate in Francia con 80 barche sulla linea di partenza.

Comunque, siamo qui e dobbiamo partire. Dobbiamo portare a termine questa seconda qualifica, che è essenziale per poter partecipare alla Mini Transat.

Che cos’è la qualifica?
Un percorso di 1000 miglia senza scalo né assistenza, che deve essere completato in solitario dallo skipper sulla barca con la quale parteciperà alla Transat. Non basta quindi portarlo a termine una volta: è necessario completarlo proprio con la barca con cui si attraverserà l’oceano.

Per comprovare che il percorso è stato portato a termine con successo sono necessari diversi documenti: un logbook compilato ogni tre ore, una prova fotografica con posizione GPS ogni volta che ci si trova vicino a una boa o a un’isola del percorso, una posizione GPS ricavata tramite un rilevamento astronomico, un’analisi meteo prima della partenza e due punti nave al giorno.

Quindi, con tutta la stanchezza arretrata, via: si parte per le nostre 1000 miglia.

La classe ha ufficialmente accettato il mio percorso, dunque sono pronta. Partirò da Imperia, navigherò verso sud circumnavigando Montecristo, tornerò verso nord girando la Giraglia (Corsica), poi punterò verso le isole Baleari lasciandole tutte a destra, incluse le Columbretes, per arrivare infine a Barcellona. Lì ho il carrello stradale della barca e la caricherò per tornare in Atlantico via terra.

Si parte.

L’obiettivo è cercare di posizionarsi leggermente a sud della rotta diretta per “agganciare” il maestrale che soffia dal Golfo del Leone e si apre a ventaglio verso nord, soffiando in direzione SW.

La prima giornata scorre tranquilla, con meno vento del previsto. Speravo in una termica diurna stabile, invece non è mai arrivata, lasciandomi davvero poco vento per tutta la giornata e permettendomi di percorrere poche miglia.

Arriva la notte, la prima notte di qualifica, e ci avviciniamo timidamente al flusso di SW che dovrebbe permetterci di avanzare.

Navigo a una velocità di 6 nodi sotto gennaker. Sono fuori nel pozzetto, con il pilota automatico inserito ma di guardia. Non c’è luna e il cielo è velato: mi trovo completamente al buio.

SBEM.

Vengo scaraventata verso la prua della barca. La Fripouille si impenna come un cavallo impazzito, si accascia sulla sinistra e poi torna dritta.

È la prima volta nella mia vita che mi succede una cosa simile: ho urtato un oggetto galleggiante immenso.

Mi dirigo immediatamente a prua con una potente luce per controllare se ci sono danni visibili. Sembra tutto ok. Scendo sottocoperta, controllo dentro la crash box, controllo i prigionieri della chiglia, verifico che la barca sia completamente asciutta per capire se ci sono vie d’acqua dopo l’urto.

È notte, è completamente buio e non posso buttarmi in acqua per controllare la chiglia: sarebbe stupido, non vedrei nulla e rischierei inutilmente.

Decido quindi di modificare la rotta verso nord, per allontanarmi dal vento che avrei dovuto agganciare e non sforzare una chiglia potenzialmente compromessa. Continuo a monitorare prigionieri e crash box fino alla mattina, quando mi sarei potuta buttare in acqua e ispezionare la chiglia.

Non è stata una notte simpatica. Tuttavia non avevo molte alternative, quindi sono rimasta di veglia fino all’alba, quando il sole è sorto e ho avuto finalmente la possibilità di vedere sott’acqua.

Ero in prossimità dell’isola di Capraia quando la luce è diventata sufficiente per andare in acqua e controllare la chiglia. Il vento era molto leggero e non ho dovuto neanche ammainare la randa per fare la manovra in sicurezza.

La chiglia sembra essere a posto. Il timone di sinistra — o meglio il suo asse — è invece completamente piegato.

Decido di continuare, navigare con un po’ più di vento quando arriverà e vedere come si comporta il timone: se non compromette la sicurezza della navigazione continuerò fino alla fine.

La discesa tra le isole italiane si rivela molto lenta. Non avendo agganciato il vento di SW durante la prima notte, avevo perso la mia finestra meteo. Un po’ come nel gioco del domino.

Inizio a pensare a cosa possa aver urtato la barca. Ripensando al suono dell’impatto, non era il colpo secco contro un oggetto metallico — come potrebbe essere un container — ma piuttosto qualcosa di molto grande e, paradossalmente, morbido. La barca è quasi stata sollevata da esso.

Arrivo verso l’isola d’Elba e finalmente ho connessione al telefono. Durante la qualifica ci è permesso avere il telefono a bordo, contrariamente alle regate dove non è consentito.

Inizio quindi a chiedere consiglio ad alcuni amici su cosa possa essere stato.

Una mia amica, biologa marina, mi illumina su un dettaglio interessante: la zona nella quale stavo navigando è chiamata “Triangolo dei Cetacei”, il nome comune di un’ampia area marina protetta di circa 100.000 km² nel Mar Ligure, compresa tra Italia, Francia e Corsica, istituita nel 1999 per proteggere balenottere, capodogli, delfini e stenelle.

Dunque è molto probabile che l’oggetto non identificato fosse una balena, probabilmente a riposo in superficie. Con ogni probabilità ho urtato la sua coda.

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