Pornichet Select: quando pensi di aver capito tutto… cambia qualcosa!

Durante la PLM ho avuto modo di osservare da vicino tutte le barche della flotta 2026-2027 e mi sono resa conto di una cosa: non c’è storia, le barche che si allenano a Lorient sono sempre davanti.

Quindi, naturalmente, mi sono messa in testa un nuovo obiettivo: voglio entrare anch’io nel gruppo di allenamento di Lorient!

Peccato che non sia così semplice. È un gruppo molto ristretto, con posti limitati e criteri di selezione piuttosto esigenti. Invio curriculum, lettere motivazionali, racconto il mio percorso, cerco di spiegare chi sono e dove voglio arrivare.

Niente. Vengo ignorata.

Nel frattempo, il tempo corre. Non si ferma mai. E più tempo passo sulla barca, più ho la sensazione di essere sempre in ritardo, sempre di corsa, sempre con qualcosa da fare.

Il paradosso è che più cerco di anticipare i problemi, più voci compaiono nella mia to-do list. Per ogni cosa che riesco a sistemare, ne spuntano altre tre.

Ma torniamo a Lorient, perché è proprio lì che mi accorgo di qualcosa che cambierà la mia preparazione per la stagione.

Un piccolo dettaglio: il rake dell’albero

Mentre sono a Lorient, ne approfitto per «spiare» le barche della flotta. Le osservo, cerco di capire come sono regolate, confronto le loro configurazioni con la mia.

E noto una cosa: le barche Maxi, come La Fripouille, navigano generalmente con molto più rake rispetto alla mia.

Per chi non mastica il gergo tecnico della vela, il rake è l’inclinazione dell’albero verso poppa. Immaginiamo un triangolo che abbia come vertici la punta dell’albero, la prua e la poppa della barca: spostare l’albero verso poppa modifica la posizione del centro velico e il suo equilibrio rispetto al piano di deriva e alla chiglia.

In altre parole, cambia il modo in cui la barca si comporta, soprattutto in termini di equilibrio al timone e prestazioni alle diverse andature.

Insomma, io voglio portare il mio albero più indietro, per avvicinarmi alla configurazione delle altre barche.

Sulle nostre barche abbiamo le cosiddette volanti: cavi che partono dalla parte alta dell’albero e che possiamo mettere in tensione per tirarlo verso poppa. Hanno una funzione simile, ma non identica, a quella dell’inclinazione dell’albero nella sua configurazione di base.

Io, però, voglio proprio modificare la posizione dell’albero a riposo, in modo che sia già più inclinato verso poppa prima ancora di regolare le volanti.

Sembra semplice, no?

E invece qui comincia il circo.

Il mistero dei venti centimetri

Non riesco a capire perché non riesco a ottenere questo benedetto rake.

Provo a ragionare, a cercare una spiegazione, a capire se mi sfugge qualcosa. E, naturalmente, penso che il problema sia io.

Del resto, c’è sempre qualcosa da imparare. Magari mi manca un passaggio, magari non ho capito bene il sistema.

Dopo averci sbattuto la testa per un bel po’, decido di disalberare e controllare la lunghezza dei cavi del rig: sartie, strallo e tutto il resto.

Ed ecco finalmente risolto il mistero.

Il mio strallo è 20 centimetri più corto di quello delle altre barche!

VentI centimetri.

Immaginate il nostro triangolo: se l’ipotenusa, cioè lo strallo, è molto più corta rispetto a quella delle altre barche, la geometria del rig non mi permette di portare l’albero indietro quanto vorrei.

Non era un problema di regolazioni, né di capacità. Era proprio un problema di lunghezza dei cavi.

A volte passi ore a cercare di capire una cosa complicatissima, quando la risposta è lì, davanti ai tuoi occhi. O, in questo caso, sopra la tua testa.

Cambio quindi i cavi del rig, rispettando naturalmente i parametri e i limiti imposti dalla stazza della classe.

E via, si riparte!

La prossima regata è la Pornichet Select, la prima regata in solitario del campionato.

Piccolo dettaglio: parto praticamente con una barca nuova.

Una barca nuova, tutta da scoprire

Cambiare l’inclinazione dell’albero non è un dettaglio estetico. Modificando la posizione dell’albero, cambiano anche le tensioni del rig e la forma delle vele, soprattutto quella della randa.

Quindi mi presento alla Pornichet Select con un assetto completamente diverso da quello a cui ero abituata, senza aver avuto il tempo di provarlo e perfezionarlo in allenamento.

E quale sarebbe il problema, direte voi?

Beh, che sto per affrontare una regata di 300 miglia nautiche in solitario!

La partenza viene ritardata di qualche ora a causa del passaggio di un fronte temporalesco. Qui in Atlantico non è così comune avere temporali in mare aperto con fulmini e saette, come succede spesso in Mediterraneo. Aspettano quindi che passi il fronte e che l’attività elettrica si esaurisca prima di darci il via.

Finalmente partiamo.

Una partenza da dimenticare

Partiamo sotto spi, con circa 20 nodi di vento.

Non è esattamente una delle mie partenze migliori.

La barca è piuttosto leggera, ma decido di partire con lo spi massimo e la randa piena. Risultato? Sono decisamente troppo invelata per le condizioni che ho davanti.

In più, mi trovo molto bassa sulla linea di partenza e devo orzare per cercare di risalire il vento. Ma con tutta quella tela addosso, la barca è troppo potente e difficile da gestire.

Mi ritrovo a dover cambiare vela per riuscire a passare la boa di partenza.

Nel frattempo, naturalmente, un sacco di barche mi passano davanti.

Insomma, non proprio l’inizio che avevo immaginato!

Ma la regata è lunga e non è il momento di perdere la concentrazione. Si riparte da qui.

Una lunga discesa e un assetto da capire

Inizia una lunga discesa sotto spi, con vento leggero.

Il mio rake piuttosto estremo, in queste condizioni, non mi aiuta particolarmente. Cerco comunque di recuperare qualcosa qua e là, sfruttando le opportunità che si presentano.

Quando raggiungo l’ultimo punto a sud del percorso, davanti a Les Sables-d’Olonne, comincia la parte più impegnativa della regata: un’interminabile bolina in VMG.

Ed è qui che mi rendo conto delle conseguenze delle mie modifiche.

Avere l’albero così indietro penalizza parecchio la velocità. La barca, di bolina, non sembra gradire tutto quel rake.

Inizio quindi a giocare con le tensioni delle sartie, cercando di compensare come posso. Provo a trovare un equilibrio che mi permetta di far lavorare meglio le vele e di mantenere una velocità accettabile.

Ma c’è una cosa che ormai ho capito: non avrei dovuto presentarmi a una regata con una modifica così importante senza averla prima testata.

Peccato che me ne stia rendendo conto proprio mentre sto navigando!

A questo punto, l’unica cosa che posso fare è cercare di prendere decisioni strategiche intelligenti e limitare i danni.

La notte delle virate

Il percorso ci obbliga a risalire il vento lasciandoci l’Île d’Yeu e un enorme parco eolico alla nostra destra.

Guardando la situazione, penso che l’unica possibilità per recuperare sia fare meno strada degli altri.

Decido quindi di navigare al limite degli ostacoli, cercando di sfruttare ogni metro disponibile.

Passo la notte a virare senza sosta, al limite degli scogli dell’Île d’Yeu e al limite del parco eolico.

Ogni sette minuti circa, per ore e ore, la stessa sequenza: manovre, virate, regolazioni, di nuovo manovre.

Da sola, nel buio, con la stanchezza che comincia a farsi sentire, continuo a cercare la traiettoria migliore.

Non è la parte più spettacolare della vela, quella che finisce nelle fotografie con gli spi colorati e le barche che planano sulle onde. Ma è proprio qui che si giocano tante posizioni.

La mattina, finalmente, vedo i risultati dei miei sforzi: ho recuperato parecchio terreno.

Sono soddisfatta, ma so che non posso permettermi di deconcentrarmi. La regata non è finita e ogni errore può costare caro.

Dopo una fase di transizione con poco vento, riesco finalmente a issare di nuovo lo spi e a dirigermi verso l’arrivo.

L’ultima battaglia

Nella baia davanti al porto di Pornichet, ormai vicina al traguardo, comincia un’altra battaglia.

Strambate, cambi di direzione, piccoli aggiustamenti per cercare di guadagnare ancora qualche posizione.

Anche negli ultimi metri non c’è nulla di scontato: bisogna continuare a leggere il vento, osservare le barche intorno e cercare di sfruttare ogni opportunità.

Taglio il traguardo in 19ª posizione su 68 barche.

Non è il risultato che speravo.

Avevo ambizioni diverse per questa regata, ma sarebbe troppo facile giudicare tutto soltanto dalla classifica.

Sono felice della rimonta, soprattutto dopo una partenza complicata e una bolina in cui ho faticato a trovare il giusto equilibrio della barca.

E, soprattutto, sono felice della lezione che mi porto a casa.

La lezione più importante

Se c’è una cosa che questa regata mi ha insegnato, è che non bisogna mai sottovalutare le conseguenze di una modifica tecnica, per quanto sensata possa sembrare sulla carta.

Avevo osservato le altre barche, individuato una differenza, cercato di migliorare il mio assetto e finalmente risolto un problema che mi impediva di regolare l’albero come volevo.

Tutto giusto.

Ma ho commesso un errore: non ho dato alla barca il tempo di mostrarmi come avrebbe reagito a quel nuovo assetto.

Ho cercato di guadagnare tempo e, alla fine, ho dovuto passare 300 miglia a cercare di recuperare quello che avevo perso.

La prossima volta, prima di una regata, proverò tutto. Anche le modifiche che sembrano più ovvie. Soprattutto quelle che sembrano più ovvie!

Perché in vela, come in tante altre cose, non basta sapere cosa si vuole ottenere. Bisogna anche capire come arrivarci.

Torno a casa con una diciannovesima posizione, tante cose da migliorare e una certezza in più: ogni regata, anche quella che non va come speravi, ti lascia qualcosa.

E adesso, avanti con la prossima!

Prometto che cercherò di non arrivarci con un’altra barca completamente nuova.

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