Eccomi qui!
Di ritorno dalle due vittorie in Mediterraneo e dalle 1.000 miglia di qualifica, dopo qualche upgrade durante il cantiere invernale e qualche freddo allenamento a La Rochelle, il tempo è volato. Siamo già a fine marzo e il campionato ricomincia.
La prima regata della stagione è la Plastimo Lorient, una delle prove con più iscritti dell’intero campionato: 68 barche sulla linea di partenza. Una regata in doppio, obbligatoriamente con equipaggio misto, di 200 miglia nautiche. Si parte da Lorient, si naviga verso nord, poi si scende a sud per girare l’Île d’Yeu e infine si risale verso Lorient.
È la mia seconda regata in Atlantico con La Fripouille, ma la prima da skipper.
Dopo i bei risultati ottenuti in Mediterraneo, mi chiedo se l’esperienza maturata sul Wevo, insieme a una barca competitiva, sia davvero la combinazione giusta per continuare a ottenere buoni risultati sportivi. Oppure se, semplicemente, io stia vivendo un’ondata positiva.
L’obiettivo sportivo, comunque, c’è: vorrei chiudere nei primi quindici.
Sono anche consapevole che, soprattutto in regate come la PLM, il livello è altissimo. Ci sono skipper di grande esperienza che vengono ingaggiati appositamente come co-skipper, regatanti di Class40, regatanti di Figaro 3 ed ex campioni della Mini 6.50. Insomma, una flotta davvero competitiva.
L’importante è fare del proprio meglio e spingere, come sempre, al massimo.
A bordo con me ci sarà un ragazzo francese che non naviga in Mini, né tantomeno nel circuito della course au large. In realtà, ci conosciamo da tutt’altro mondo: regatavamo l’uno contro l’altra in Hobie Cat 16, prima che io passassi al Nacra 17. All’epoca partecipavo ai campionati francesi di Hobie Cat, perché in Francia la flotta era molto competitiva, mentre in Italia era decisamente meno numerosa.
La meteo prevista è piuttosto impegnativa. Si parte con vento leggero, destinato ad aumentare fino a circa 30 nodi, accompagnato da un’onda tipica dell’inverno atlantico.
Insomma, non proprio una passeggiata.
Si parte: terzi alla prima boa
La prima parte del percorso prevede il giro dell’Île de Groix, l’isola proprio di fronte a Lorient.
Partiamo di bolina, con circa 10 nodi di vento e 68 barche intorno a noi. La flotta è compatta, la partenza è concitata e bisogna trovare subito il proprio spazio.
Arriviamo alla prima boa, a nord dell’Île de Groix, in terza posizione.
Brava, La Fripouille!
Issiamo lo spi e torniamo verso Lorient, lasciandoci a sinistra una boa del canale d’ingresso, per poi iniziare una lunga bolina verso Penmarc’h, circa 40 miglia più a nord.
Il vento comincia ad aumentare. E con lui, naturalmente, anche l’onda.
Iniziamo a navigare con 20 nodi stabili e raffiche fino a 25. Di bolina non andiamo male, ma ci sono cinque barche che sembrano avere una marcia in più. Non c’è molto che possiamo fare: sulle 40 miglia della risalita ci passano e arriviamo alla seconda boa in settima posizione.
Pazienza. La regata è ancora lunga e adesso arriva la parte interessante.
Ottanta miglia di discesa folle
Dalla seconda boa ci aspettano circa 80 miglia di discesa.
L’angolo del vento reale è di 125-130 gradi, il vento soffia intorno ai 25 nodi stabili e l’onda è ormai ben formata.
È proprio in queste condizioni, in quelli che chiamiamo angoli di crossover, che entra in gioco una vela particolare: lo spi medio.
Le dimensioni e il taglio di questa vela non sono imposti dalla classe, quindi ogni skipper è libero di disegnarla come meglio crede, in funzione delle proprie esigenze e del comportamento della barca.
Il mio spi medio è piuttosto grande, con molto volume. È una vela che mi permette di scendere in VMG anche con vento molto forte, mantenendo una buona velocità.
Esiste però un’altra scuola di pensiero: avere uno spi medio più piccolo e più piatto, che consenta di stringere maggiormente l’angolo con vento forte e di mantenere la barca più stabile.
Nelle condizioni che abbiamo davanti, uno spi medio piatto sarebbe sicuramente la vela più adatta.
E io, invece, ho quello grande.
Quindi soffro un po’.
Decido comunque di issare il mio spi medio e di scendere con un angolo leggermente più profondo, cercando di compensare con la velocità. Poi, una volta raggiunta una buona posizione, conto di orzare e passare al gennaker, che in Italia viene spesso chiamato anche Code 0, anche se tecnicamente si tratta di vele differenti.
È un po’ frustrante non riuscire a mantenere lo stesso angolo delle barche intorno a me. Eppure, continuiamo a scendere veloci.
Inoltre, non è che stia navigando proprio in cattiva compagnia: sopravvento ho la barca del campione della Mini Transat 2025, mentre sottovento c’è quella del campione della Solitaire du Figaro.
Insomma, non poi così male!
La notte è impegnativa, bagnata e fredda, ma anche incredibilmente divertente.
È una di quelle notti in cui capisci perché ami questo sport. Sei stanca, hai freddo, le onde ti arrivano addosso e ogni manovra richiede concentrazione. Eppure, sei esattamente dove vuoi essere.
Soprattutto, comincio a rendermi conto di cosa significhi davvero giocare ad armi pari con il resto della flotta.
Mi accorgo dei miei limiti e capisco dove devo migliorare, ma lo faccio con serenità. Mi sento a mio agio sulla barca, mi fido di lei. E questa sensazione cambia tutto.
Dopo circa 30 miglia, rispettiamo il piano d’azione e passiamo al gennaker.
Il vento continua ad aumentare e navighiamo con 28-30 nodi stabili, con raffiche fino a 33.
La Fripouille continua a correre serena sotto gennaker.
Chiaramente, essere in due a bordo aiuta. Soprattutto quando uno dei due è alto e pesante! Il peso dell’equipaggio contribuisce al raddrizzamento della barca e ci permette di spingerla un po’ più a fondo.
Per darvi un’idea, insieme rappresentiamo più del 15% del peso della barca.
Un bel ballast!
Île d’Yeu: decimi su 68
Quando giriamo l’Île d’Yeu siamo intorno alla decima posizione su 68 barche.
Siamo soddisfatti, un po’ stanchi, ma l’adrenalina ci tiene svegli e concentrati.
In una regata così corta non è comune dormire, soprattutto quando c’è molto vento e la prova si conclude in poco più di 24 ore. Il tempo per riposarsi è praticamente inesistente: bisogna continuare a spingere, controllare la barca, gestire le vele e cercare di non perdere terreno.
Con l’arrivo del giorno, il vento cala leggermente. Noi siamo già sulla rotta di risalita verso Lorient.
Sembra tutto abbastanza semplice, almeno fino a quando non compare una dorsale.
E quando arriva una dorsale, spesso il vento decide di prendersi una pausa.
L’ultima battaglia
Il vento scompare quasi del tutto e dobbiamo inventarci qualcosa.
Decidiamo di giocare con le nuvole e di passare molto vicini all’Île de Groix, sperando di trovare qualche refolo in più e di sfruttare al meglio le condizioni locali.
La scelta, purtroppo, non paga. Perdiamo qualche miglio rispetto alla flotta.
Giriamo l’ultima boa in una battaglia serratissima con un’altra barca, quella di un ragazzo di nome Nico.
In quel momento è semplicemente un avversario con cui ci stiamo giocando la posizione. Un avversario che, in futuro, diventerà un grande amico.
Spoiler: sono Giulia del futuro che vi sta raccontando questa storia!
Tagliamo il traguardo a pochi secondi da Nico, in dodicesima posizione su 68 barche.
Obiettivo centrato: siamo nei primi quindici!
Le lezioni più importanti
Sono molto soddisfatta di questa regata.
Non soltanto per il risultato, ma soprattutto per quello che mi porto a casa.
Ho capito dove devo migliorare, quali sono i miei limiti e quali aspetti della barca e delle vele devo imparare a gestire meglio. Ho avuto la possibilità di confrontarmi direttamente con alcuni dei migliori regatanti del circuito e di capire, in condizioni reali, dove posso guadagnare velocità e dove invece perdo terreno.
Ed è proprio questo che mi piace della vela: ogni regata ti mette davanti a qualcosa di nuovo. Puoi arrivare dodicesima, decima o prima, ma se torni a terra con una maggiore consapevolezza di te stessa e della tua barca, hai comunque fatto un passo avanti.
Questa volta torno a terra con una sensazione molto chiara: sono sulla buona strada.
Mi sento bene, mi fido della Fripouille e so che c’è ancora tanto lavoro da fare.
Ma, per la prima volta, ho la sensazione di poter davvero giocare ad armi pari con il resto della flotta.
E questo, per me, vale tantissimo.