LA PRIMA REGATA CON IL BOLIDE (pt 2) - BLOG 13
Pronti per la seconda tappa: un percorso molto più lungo, che questa volta attraversa il Golfo da sud-ovest a nord-est, girando intorno a Belle-Île e tornando a Port Bourgenay.
Questa tappa non sarà solo strategica, ma anche fortemente tattica, con diversi momenti in cui sarà fondamentale considerare la corrente e gli effetti di costa.
In più, c’era da tenere in conto la classifica della prima tappa, importante per giocarsi un possibile posto sul podio.
Partiamo consapevoli di dover affrontare quasi tre giorni di bolina con vento sui 20 nodi, fino al primo waypoint vicino alla costa bretone. Il mare è molto formato: il giorno prima della nostra partenza hanno soffiato 30 nodi stabili, che hanno generato un’onda oceanica significativa.
Partiamo, a mio avviso, nella posizione giusta, ma non faccio i conti con le altre 79 barche della flotta: si coprono a vicenda e mi ritrovo in una zona in cui non posso poggiare per scappare (avendo la flotta sottovento), né orzare per liberarmi dai rifiuti sopravento.
A posteriori, avrei dovuto poggiare dietro tutte le imbarcazioni sottovento e fuggire veloce. Invece, sono rimasta lì a soffrire, sperando in un miracolo (spoiler alert: non è arrivato).
Dopo la prima ora di regata, la flotta si “apre” leggermente e riprendo un po’ di fiducia: intorno a me rivedo le stesse barche che avevo vicino nella prima tappa. Questo mi fa sperare che l’errore non si rivelerà così costoso come temevo.
C’è una convinzione errata secondo cui, nelle regate au large, la partenza conti poco. Non è vero: la partenza, soprattutto in una regata di barche “monotipo”, è decisiva.
Chi parte davanti, tendenzialmente resta davanti; chi parte dietro, resta dietro.
Le barche “scow”, con la prua tonda, di bolina con onda, rischiano, se non timonate bene, di sbattere violentemente contro l’onda e, nei casi peggiori, di delaminare. Nei casi più comuni, però, si può perdere la stazione del vento se non è stata fissata con la dovuta cura (sì, mea culpa).
E infatti: prima notte, prima onda presa male, la stazione del vento cade giù, rimbalza sul ponte e finisce in acqua. Proprio come in un cartone animato.
Ottimo: tre giorni di bolina senza dati del vento.
Il proprietario della barca non era particolarmente entusiasta all’idea di timonare tre giorni senza strumenti del vento, senza poter usare il pilota automatico (se non in modalità bussola), e con il collo bloccato a guardare i filetti del fiocco o il windex per capire dove gira il vento.
Possiamo dire, insomma, che ho passato quasi tre giorni interi al timone. Ma la colpa era mia, per non aver fissato adeguatamente la stazione del vento su una barca scow.
Finalmente, arriviamo all’altezza di Belle-Île e iniziamo a giocare con le correnti. Con la corrente contro e un coefficiente alto, decidiamo di passare sotto costa: passiamo diverse barche in pochissimo tempo. Poi raggiungiamo il waypoint: è il momento di poggiare e issare lo spi.
Il vento intorno ai 20 nodi (ho chiesto info meteo alle imbarcazioni vicine) e l’onda della depressione ci spinge veloci sulle ultime miglia: medie di 14 nodi, un tramonto spettacolare e il piacere puro di stare alla barra.
È ormai notte quando passiamo davanti al porto di Les Sables d’Olonne: mancano poche miglia all’arrivo.
Tagliamo la linea, attracchiamo. Stesso risultato della prima tappa: quarti.
Questa regata mi ha fatto capire le vere potenzialità di questa barca e, alla fine, mi ha aiutato a lasciar andare la rabbia che ancora avevo per non aver potuto partecipare alla Mini Transat 2025.
Sento che il destino ha voluto così: non era nelle mie stelle attraversare l’oceano con Gigali, ma piuttosto imparare, in quest’anno e mezzo, tutto ciò che mi mancava.
Tutte le rotture che ho avuto mi hanno insegnato tanto: dalla laminazione alle differenze tra i materiali di costruzione, fino all’elettronica.
Ora mi sento pronta per una nuova avventura — con più consapevolezza, più esperienza e, soprattutto, di nuovo felice e pronta a spingere al 100%.