la nuova sfida - blog 8

Arrivate a Douarnenez dopo quasi tre giorni di bolina. Mi prendo la giornata per sistemare e, soprattutto, asciugare la barca, perché di bolina imbarchiamo una quantità d’acqua immensa — ma va bene così.

La prima cosa che mi piace fare quando arrivo a terra dopo una navigazione è la lavatrice… Lo so, sono un po’ strana, ma a me piace da impazzire. Appendere tutte le cerate alle drizze e sciacquarle con acqua dolce, e cercare una lavanderia a gettoni dove lavare gli indumenti, chiamiamoli, “sotto cerata”.

Detto ciò, per tornare a desideri più comuni, mi piace anche mangiare del cibo non liofilizzato. Diciamo però che Douarnenez, per quanto molto pittoresca, non offre grandi delizie culinarie all’infuori della crêperie.

Riposata, lavata e rifocillata, si riparte per organizzare la regata.

Preparo i controlli di sicurezza, inizio a studiare la meteo, le correnti, e cerco di riposarmi... Il giorno prima della regata ho anche il test di stabilità, di cui vi avevo accennato nello scorso logbook: un test necessario, al quale tutte le barche della categoria proto o proto-serie devono sottoporsi.

Il risultato di questo test era l’ultima delle mie preoccupazioni: davo per scontato l’esito positivo. Era semplicemente un passaggio burocratico da superare. Per quanto ne sapevo, non risultavano barche nella storia che non avessero passato questo test — in particolare barche proto-serie. Arriva il giorno del test, arriva il mio turno.

Per sottoporsi al test la barca deve essere vuota: tutto deve essere scaricato, a eccezione delle appendici fisse, come per esempio gli outrigger o il bompresso. È sempre bizzarro vedere la propria barca a 90 gradi sull’acqua. Il test richiede di applicare 40 kg sulla testa dell’albero: la testa dell’albero deve essere sommersa e, teoricamente, la forza di risalita dovrebbe farla tornare sopra la linea di galleggiamento.

L’albero di Gigali non torna su. Nella mia testa dico: “Sicuramente mi stanno prendendo in giro… hanno un’ironia tutta loro, i francesi.”

Lo stazzatore mi guarda e mi dice che non è uno scherzo. Io gli chiedo gentilmente di riprovare: la testa d’albero non risale. Chiedo se posso provare io, perché non riesco a credere ai miei occhi. Lui accetta, un po’ infastidito — forse giustamente — ma la testa d’albero non torna su, anzi, sembra voler andare a fondo.

Spiego la situazione, spiego che sono incredula e che non avevo assolutamente idea che la barca non fosse conforme. Percepisco che lo stazzatore mi crede e mi dice: “Per venirti incontro, possiamo provare a spostare i pesi verso la base dell’albero, finché l’albero non si raddrizza. Quello sarà il tuo nuovo segno di stazza: sopra di esso non potrai avere superficie velica, ma almeno potrai partecipare alla regata e dunque qualificarti per la Transat.” Ringrazio e accetto.

Spostiamo i pesi verso la base dell’albero finché l’albero finalmente accenna a raddrizzarsi. Li spostiamo di circa 30 cm verso il basso. Questo significa che dovrò regatare senza drizza di testa (utilizzata per lo spi, la vela più grande e quella con cui facciamo più velocità) e con una mano di terzaroli alla randa (ovvero, avrò perennemente la vela ridotta nella sua superficie, cosa che chiaramente inciderà sulla mia velocità).

Scossa e incredula, cerco spiegazioni. Sembrerebbe che manchi del peso nel bulbo, sembrerebbe che la barca non sia simmetrica… sembrerebbe un complotto. Ricevo tante risposte contraddittorie e poche soluzioni concrete. Per me l’importante era capire quale fosse la causa, per poterla affrontare e regatare alla Mini Transat 2025 con tutta la superficie velica.

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