ed ora? - blog 9
Dunque, il test di stabilità è fallito, e il motivo non è ancora certo. Questo comporta un ventaglio di soluzioni possibili, ma non ancora definite.
In ogni caso, in questo momento non è possibile dedicare tempo a questo: fra meno di 24 ore si parte per la regata, impegnativa e soprattutto cruciale per la mia qualifica alla Mini Transat, anche se dovrò partecipare con, letteralmente, le gambe tagliate. È paragonabile a partecipare a una maratona… da zoppi.
3… 2… 1… Top départ!
La regata parte, e io soffro da subito il fatto di avere una randa non piena. Cerco di fare il meglio che posso con ciò che ho a disposizione. Navighiamo attraverso il Raz de Sein e scendiamo verso sud, con un vento da est — il che significa che possiamo navigare al traverso. Il traverso, proprio quell’andatura nella quale mi è esploso il timone. “Sono in regata”, penso. “Non posso certo avere paura ora, metti quel gennak”, mi dico. Così faccio. Guardo i dati del vento e dentro di me spero che non superi i 20 nodi, per paura che il timone esploda da un momento all’altro. Bizzarro: non ho mai avuto una sensazione del genere navigando.
Dobbiamo contornare l’arcipelago delle isole di Glénan; questo significa che dobbiamo issare lo spi, la vela che non posso usare perché mi è stata interdetta. Posso comunque issare lo spi più piccolo, e così faccio.
Vedo tutta la flotta che mi passa: chi perché è più bravo, chi perché ha una barca migliore, chi perché ha banalmente lo spi, la vela corretta per navigare con questo vento.
Arriva la notte: abbiamo contornato l’arcipelago delle Glénan e si risale a nord, dunque bolina larga.
La prima notte di regata — nonché l’ultima, in quanto la regata è breve e il vento costante — dovrei essere fuori, felice di timonare, super motivata. Almeno, di solito è così che vivo le regate…
Questa volta, però, per la prima volta, sono dentro, svogliata e soprattutto non motivata. È brutto navigare così… Non la vivo come la cosa che più mi fa sentire viva e stimolata, ma come un’obbligazione da portare a termine. Non è così che deve essere.
La regata finisce, con 25 nodi al traverso e la mia preoccupazione crescente a ogni onda, maniacalmente a guardare l’albero, le sartie, il timone, la chiglia…
Dopo qualche straorza — anzi, più di qualcuna — taglio la linea di arrivo con un grande amaro in bocca. Una sensazione strana.
La fiducia nei confronti della barca era persa, completamente. E in più avevo un grandissimo problema di stazza da risolvere: altrimenti avrei dovuto attraversare l’oceano senza spi e con una mano di terzaroli alla randa…