la corsa contro il tempo - blog 7
Dove eravamo rimasti? Ah sì, “Arrivo a terra e, nella stessa giornata (e rigorosamente senza telefono, in quanto chiaramente ero senza in regata), tiro fuori la barca dall’acqua, la metto sul carrello, smonto quel che rimane del timone, trovo un nuovo timone, trovo chi può prestarmi una macchina e parto per tre ore di macchina per andarlo a prendere”.
Probabilmente l’adrenalina del momento e la necessità di dover completare quella task mi hanno dato l’energia di non fermarmi a pensare che fossero circa 70 ore che non dormivo e che il fatto che il timone si fosse rotto non per urto con un oggetto galleggiante, ma per sforzo, fosse un’indicazione importante da prendere in considerazione.
Vi chiederete: perché questa fretta? La ragione è semplice: per ufficializzare la qualifica alla Mini Transat è necessario completare una regata l’anno della Mini Transat, dunque nel 2025. Non avendo completato la Mini in maggio, l’alternativa era la MAP, regata che sarebbe partita da Douarnenez, un luogo all’estremo nord della Bretagna, a circa 200 nm da La Rochelle, dove mi trovavo al momento in “scalo”, fra una settimana. Questo voleva dire che tutto doveva andare nel verso giusto: trovare il timone a Lorient, riportarlo a La Rochelle, adattarlo alla barca, rimontarlo, sperare che funzionasse, trovare una finestra meteo decente per trasferire la barca a Douarnenez, fare i controlli di sicurezza e partire per la regata, fresca come un fiore.
In aggiunta, essendo Gigali un proto-serie, necessita di un test di raddrizzamento, ovvero una prova di stazza che certifichi che la barca si raddrizzi una volta “ribaltata” a 90 gradi sull’acqua. Questo test è possibile prenotarlo all’inizio dell’anno, in una location prestabilita, in una data prestabilita. Il mio test lo avevo prenotato mesi prima, proprio a Douarnenez, due giorni prima della partenza della regata, pensando fosse un’idea comoda, essendo già lì per la regata. Senza il test non si può partecipare alla Mini Transat, dunque un altro motivo per essere a Douarnenez il prima possibile.
Insomma, “no pressure”, come si suol dire.
Dopo diverse peripezie, riesco a riprendere il telefono, trovo il cantiere dove si trovava il timone, gentilmente prestatomi da un ragazzo che un tempo aveva un Wevo anche lui, torno a La Rochelle, preparo il timone (faccio i vari fori per applicare la ferramenta, gratto la superficie per migliorare il profilo di uscita, applico l’antivegetativa…), rimonto la nuova pala, rimetto la barca in acqua e via, partiti per il trasferimento di 200 nm verso Douarnenez.
La finestra meteo non è sicuramente delle migliori: un’alta pressione al largo della Bretagna ci regala un bellissimo flusso da NNW che si traduce in un’interminabile bolina di quasi tre giorni.
Le sensazioni durante il trasferimento sono davvero bizzarre.
La prima notte, l’angolo non è di bolina stretta, bensì di traverso: 20 nodi, posso pensare di mettere il gennak e sfruttare questo passaggio per macinare miglia. C’è un’onda formata, ma il periodo è abbastanza lungo, quasi piacevole. Alla mia sinistra c’è un parco eolico in costruzione. L’idea di mettere il gennak mi fa venire i brividi. Bizzarro. Continuo con il fiocco, navigo comunque abbastanza veloce. Ogni rumore mi fa rabbrividire. Bizzarro. Ormai conosco a memoria tutti i suoni di Gigali e so riconoscere quando naviga bene da quando necessita di matossaggio (spostamento dei pesi a bordo) ulteriore, o di modificare le vele… Fino ad oggi, i rumori a bordo erano un input piacevole, li vivevo come un’indicazione da parte della barca… ma quella notte mi trasmettevano un sentimento di angoscia.
Guardavo il timone e pensavo si rompesse, guardavo l’albero e pensavo crollasse, guardavo l’attacco delle sartie e immaginavo la piastra che volava via e l’albero con essa. Sarà la stanchezza, mi sono detta. Bizzarro però: non ho mai provato questa sensazione prima. Non ho mai avuto paura per mare e, anzi, questo è un mio grande difetto — forse spingo troppo, a volte. Quindi questa sensazione mi è nuova, ma cerco di gestirla.