La mare nostrum

Arrivata a Garraf, Barcellona.

Mi fa un po’ strano, ero qui l’anno scorso con Gigali, la mia vecchia barca, e ora sarei dovuta essere in preparazione per la Mini Transat; invece sono qui, con una nuova barca, a ricominciare da capo.

Sono intenzionalmente venuta qui qualche giorno prima che arrivassero tutti: devo trasformare la barca dalla versione “impacchettata sul carrello” a “pronta a regatare”, e voglio farlo con calma, prepararla al meglio.

Come non detto, ormai possiamo dire che sono diventata una pro nello smontare e rimontare barche, o meglio mini, considerando le innumerevoli volte che ho completato questa task in questi due anni; quindi, dopo 24 ore, la barca è pronta.

Sono comunque molto contenta di essere arrivata in anticipo: posso rientrare nel mood regata, avevo qualche cosina da sostituire e soprattutto ho avuto il tempo di andare in acqua, navigare e controllare effettivamente che tutto fosse ok.

La Mare Nostrum è una regata che si naviga in doppio, di 500 nm, che parte da Barcellona, gira in senso orario Minorca, Maiorca, Ibiza e Formentera, le Columbretes, e torna a Barcellona. Si disputa a fine agosto, momento caratterizzato dalle prime depressioni in Mediterraneo post estate e soprattutto dai primi sbalzi di temperatura, e dunque possenti temporali.

Dopo qualche giorno iniziano ad arrivare le barche e gli skipper. Rivedo Fiu e Ari, due amici, eccellenti navigatori, super persone veramente, Massimo e Charlotte, Auxi, Geert, Miguel e tantissimi altri amici.

Qui in Mediterraneo il mood è diverso. Siamo tutti amici, ma amici stretti: condividiamo sogni e paure, punti di vista diversi dati dall’età, dalla nazionalità, dal background, ma comunque similari. Restiamo fino alle 22 sul pontile ad aiutarci a vicenda. Quando si scende in acqua si è tutti con il coltello fra i denti, ma a terra si è tutti amici, amici veri.

Mi manca un po’ questa cosa; in Francia non è così. Le persone sono amichevoli certo, ma non sono amici: ce ne vuole prima di diventare amici, ce ne vuole prima che qualcuno ti aiuti nella stessa maniera nella quale qualcuno ti aiuta qui. È però indiscutibile che il livello delle infrastrutture e dei poli di allenamento in Francia sia imparagonabile ai poli del Mediterraneo.

Comunque, nostalgia a parte, abbiamo una regata da fare e, non ve lo nascondo, sono molto agguerrita.

Arriva anche Nic, il mio co-skipper per questa regata. Nic è un conoscente: la verità è che ci siamo incrociati imbarcati sulla stessa barca qualche giorno, uno Swan 65, ma non abbiamo mai trascorso molto tempo insieme. Mi scrive quest’estate dicendo di voler cominciare un progetto Mini 6.50: è super motivato, mi sembra una persona solare e propositiva e soprattutto, seppur in equipaggio, ha fatto un giro del mondo… quindi insomma, un signor marinaio.

Vi spoiler subito che da quando ci siamo rivisti a quando ci siamo salutati, più o meno dopo un mesetto passato insieme e 1000 nm navigate (800 per l’esattezza, ma 1000 fa più scena), mi sembrava di conoscerlo da una vita, e credo viceversa.

Prepariamo la meteo per la regata: non facile, non banale. Navigheremo con due depressioni, una più grande che interesserà tutto il campo di regata, e una più piccolina che farà capolino da Valencia e interesserà la parte finale della regata, intorno a “Le Columbretes”.

Il mio obiettivo, francamente, era quello di vincere, e lo avevo reso noto a Nic da quando avevamo deciso di fare la regata insieme. Avevamo due avversari principali: un Pogo 3 con a bordo due navigatori, Massimo e Miguel, che insieme superano le 50.000 miglia navigate, ed hanno completato in totale cinque Mini Transat; e Fiu, l’amico del quale vi parlavo prima, che oltre ad essere un egregio essere umano, è un pari egregio navigatore, e correrà con la barca con la quale ha fatto la Mini Transat nel 2023.

La mattina della partenza il comitato ci comunica un cambio di percorso, giustificato dal fatto che a Minorca AROME (un modello meteo a maglia molto stretta, dunque con una precisione molto accurata) indica un “MEDICANE”, con raffiche a 70 nodi.

Dunque percorso cambiato: gireremo direttamente Maiorca.

3,2,1… top départ.

Partiamo con un vento intorno ai 20 nodi, di bolina molto aperta o traverso molto stretto.

Usciti dalla linea di partenza e stabilizzati sul bordo, proviamo ad aprire il gennak… niente, non funziona. Con 90 gradi di vento reale, 20 nodi e onda formata, il gennak non ci sta.

Rolliamo il gennak e continuiamo a navigare veloci verso Maiorca.

Lottiamo con il Pogo 3 del quale vi parlavo prima: loro hanno un angolo più stretto, ma sono più lenti. Noi più veloci, ma scadiamo leggermente perché sappiamo che il vento andrà a calare e quindi potremmo permetterci di stringere l’angolo successivamente (l’effetto cucchiaio, diciamo… no, non quello di Francesco Totti).

Siamo in testa, molto felice di essere in target con l’obiettivo, ma ancora più felice di trovarmi molto bene a bordo con Nic. Sempre molto concentrati, ma comunque ci divertiamo. Passato il momento d’imbarazzo della prima pipì nel secchio, è tutto in discesa.

Arriva la notte, e con la notte arriva il non-vento: capiamo di essere entrati nel centro della depressione, zona di non vento.

La cosa buona è che, piano piano che la flotta ci raggiunge, siamo tutti fermi in cerca di uscirne; ma in queste situazioni, essere a qualche miglio di distanza può voler dire uscire prima dal centro della dep e, banalmente, ripartire sempre più veloci prendendo sempre più vento, oppure rimanere immobili nel centro della dep per ore, ed ore, ed ore.

Non avendo a bordo nessuna info meteo, l’unica maniera per sapere dove siamo rispetto alla depressione è la direzione del vento, l’intensità del vento, le nuvole che abbiamo intorno a noi e il barometro, anche se le linee di pressione di questa depressione non erano estremamente ampie da rendere l’indicazione del barometro rilevante.

Nel nostro emisfero le depressioni sono caratterizzate da una rotazione del vento antioraria, dunque in base alla direzione del vento si può capire da che parte siamo collocati rispetto al suo centro.

Blablabla… insomma.. difficile!

Comunque, c’era poco da fare: eravamo al centro di essa e dovevamo attraversarlo il più velocemente possibile.

Nello strumento AIS, l’unico strumento che abbiamo a bordo per avere un’idea di dove sono gli avversari nell’arco di qualche miglio intorno a noi, vediamo il Pogo 3 cominciare a muoversi più velocemente di noi. Lui era uscito dal centro della depressione e noi eravamo ancora dentro.

Piano piano ne usciamo anche noi, ma lui è chiaramente passato in vantaggio.

Né Nic tantomeno io chiudiamo occhio: la concentrazione è al massimo e finalmente riusciamo a uscire anche noi dal centro della dep e cominciamo a camminare.

Arriviamo a Maiorca e nell’AIS vedo ARKEA, ALLA GRANDE, MALIZIA… insomma, gli IMOCA che stavano regatando nella Ocean Race. Che dire… figata!

Inizia così la nostra meticolosa ricerca del primo posto: siamo a qualche miglio dal Pogo 3 e, indipendentemente da quello che facciamo, lui riesce sempre a matchare la nostra velocità e, di bolina, riesce a stringere qualche grado in più, com’è giusto che sia: la sua linea d’acqua glielo permette.

Fra Nic e me non so chi sia più avvelenato per recuperarli.

Arriviamo a Cabrera, piccola isola a sud di Maiorca, e il vento muore di nuovo. 3 nodi di TWS (True Wind Speed) e 160 gradi di TWA (True Wind Angle). Un incubo, insomma. Soprattutto per me, che odio la banoccia (=il non vento).

Nic prende la barra e io lo spi, e quando lui si deconcentra prendo io la barra e lui la scotta dello spi, e quando io mi deconcentro riprende lui la barra, e così via.

Nella tragedia, però, devo dire che ci siamo divertiti molto: abbiamo riso come pazzi. Non ci siamo mai dati per vinti e abbiamo recuperato molto.

Ascoltiamo una conversazione alla radio di due barche che chiacchierano dietro di noi.

Vi ricordate Fiu? Il ragazzo del quale parlavo prima: effettivamente non lo abbiamo mai incrociato sull’AIS, e in partenza avevo notato che era rimasto davvero molto indietro perché aveva avuto un problema al bompresso. Quindi, giuro senza peccare di ego, pensavo fosse dietro di noi.
Beh, aveva l’AIS non particolarmente funzionante, un raggio di emissione di poco meno di un miglio… ed era a 12 miglia avanti a noi. DODICI MIGLIA. È tantissimo.
Quando eravamo nella bonaccia, lui è riuscito a volare via passando vicino alla costa e sfruttando la termica.

Così, come se fossimo pochi motivati, ci mettiamo a bomba.

E ora inizia il bello: da Maiorca a Formentera un bordo di spi, con 20-25 nodi.

Spi max a surfare sulle onde e a dare tutto quello che ho al timone per recuperare: è il nostro momento.

Per circa 6 ore surfiamo a 13-15 nodi verso Ibiza e recuperiamo prima il nostro grande Fiu, e arriviamo a meno di un miglio dal Pogo 3.

Il vento muore di nuovo.
Siamo all’altezza delle Columbretes.

Il motivo per il quale il vento muore è che rientriamo nel centro di una depressione: non la grande depressione che investiva il campo di regata, ma quella piccolina della quale vi parlavo all’inizio, all’altezza di Valencia. Si è spostata di poco verso est e noi siamo nel suo centro.

Ne usciamo dopo qualche ora, passando pericolosamente — molto pericolosamente — vicino alle Columbretes, che di base sono tre scogli non illuminati in mezzo al mare.

Finalmente tornano 3, 4, 5… 10 nodi.
Siamo di nuovo tutti e tre appiccicati.
Talmente vicini che, per non far vedere che cambiamo le vele, andiamo a prua e non accendiamo la frontale.

Inizia la bolina.
Se La Fripouille è mitica alle portanti, il Pogo 3 è mitico di bolina.
Da ora all’arrivo sarà solo bolina.

Difficile, ma noi continuiamo a provare.

Apriamo un pochino l’angolo e iniziamo a correre, scotta della randa in mano, a timonare.
Dormire? Non se ne parla. Però in due è più facile.
Già quando regato sola non dormo… figuriamoci in due.

Arriva l’alba. Il vento aumenta: 20, 22, 24 nodi.
Iniziamo a essere più veloci di loro.
Sì, navighiamo ad un angolo un po’ più largo, ma ci aspettiamo una rotazione del vento che ci permetterà di riguadagnare strada dopo.

Siamo appiccicati, noi sottovento, li passiamo.

L’angolo si apre come previsto e issiamo il gennak in silenzio, prima di loro.
Questi 5 minuti che abbiamo guadagnato nella manovra ci fanno guadagnare sempre più acqua.

L’angolo si apre ancora di più: peeling e mettiamo lo spi.
Più rapidi di loro, guadagniamo ancora.

Più ci approcciamo alla costa e più il vento diminuisce, e gira seguendo la costa, trasformando il nostro lasco in una poppa piena: nuovamente l’andatura forte per il Pogo 3.

Non so come, ma troviamo un setting perfetto: siamo velocissimi in poppa piena e riusciamo a navigare a 155 gradi. Guadagniamo ancora.

3,2,1… bolina, ancora….
A 5 miglia dall’arrivo: una bolina strettissima.
Mannaggia, che regata infinita.

Ormai non parliamo più: siamo talmente concentrati che non ci guardiamo neanche negli occhi, uno alle vele e l’altra al timone.

3,2,1… tagliata la linea.

E dentro di noi ci chiediamo dove sia Fiu… è arrivato già?
Sotto sotto sappiamo che abbiamo fatto il meglio che potevamo e che ci meriteremmo la vittoria, ma non abbiamo più visto Fiu: magari ha fatto un altro dei suoi pezzi ed è volato all’arrivo prima di noi…

Il comitato di regata ci accoglie in una maniera troppo festiva per aver fatto secondi…

Abbiamo vinto la regata!

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