Fastnet: una stretta di mano vale più di mille email

Insomma, mi ero messa in testa di entrare in questo benedetto centro di allenamento di Lorient.

Dopo tutte le email che avevo inviato senza ricevere risposta, ho cominciato a pensare: sulla carta non mi manca nulla. Ho una barca competitiva, uno sponsor, esperienza e risultati sportivi. Che cosa devo fare ancora?

A quel punto ho deciso di cambiare strategia.

Basta email, basta lettere motivazionali, basta aspettare.

Vado lì e mi presento di persona. Almeno, se devono dirmi di no, che me lo dicano in faccia!

Così ho preso la macchina — sì, ho sempre una Smart — e mi sono fatta quattro ore di strada verso Lorient.

Arrivo, busso alla porta e, appena ho la possibilità di parlare con qualcuno, parto con il mio monologo: perché sono lì, qual è il mio percorso, cosa voglio fare e perché penso di meritare un posto nel loro gruppo.

Insomma, praticamente un colloquio di lavoro improvvisato.

E alla fine, dopo avermi ascoltata, mi sorridono e mi dicono:

«Sì, Giulia, abbiamo letto le tue numerose email. Aspettavamo che venissi a conoscerci di persona».

Come, scusate?!

Tutte quelle email, tutte quelle ore passate davanti al computer, tutte quelle domande senza risposta… e bastava presentarsi?

E così, finalmente, ho ottenuto il mio posto.

Nella vita, a volte, una stretta di mano vale più di mille lettere motivazionali.

Questo è davvero l’ultimo tassello del mio sogno. Dopo il Fastnet potrò finalmente impacchettare baracca e burattini e trasferirmi nel mio centro di allenamento dei sogni.

Ma prima c’è ancora una regata da fare.

E non una regata qualsiasi.

600 miglia verso la famosa roccia

Siamo a Douarnenez, in Bretagna, pronti a partire per il Fastnet.

Per chi non la conoscesse, è una regata in doppio di circa 600 miglia nautiche che ci porta fino in Irlanda, passando per le coste inglesi, per poi tornare in Francia.

Il percorso, almeno sulla carta, sembra piuttosto diretto: si naviga verso la famosa roccia del Fastnet, la si gira e si torna indietro.

Peccato che in mezzo ci sia una zona interdetta alla navigazione, riservata al traffico dei grandi mercantili.

La grande scelta strategica è quindi una sola: passare a est o a ovest della zona interdetta?

Una decisione che può fare una differenza enorme, soprattutto su una regata di 600 miglia.

A bordo con me c’è Ben, il mio co-skipper della PLM. Conosciamo già un po’ il modo di navigare l’uno dell’altra e siamo pronti a partire.

La partenza è ottima: ci troviamo nel gruppo dei primi cinque!

Giriamo la piccola boa di disimpegno e issiamo lo spi. Usciamo dalla baia di Douarnenez mentre cala la notte e il vento comincia ad aumentare.

Decidiamo di passare a ovest della zona interdetta, puntando su una rotazione del vento prevista per il giorno successivo. L’idea è di riuscire a navigare con un angolo di bolina più aperto, anziché dover risalire il vento in VMG, e quindi guadagnare velocità.

Piano perfetto.

O almeno, così speriamo.

Le prime cinque volano via

Durante la navigazione notturna sotto gennaker, con circa 20 nodi di vento, succede qualcosa che ormai comincia a essermi familiare.

Le prime cinque barche — sì, proprio quelle che erano volate via durante la PLM — cominciano a guadagnare terreno.

E lo fanno in fretta.

Cerco di capire dove stia la differenza. Provo a regolare le vele, controllo l'assetto, verifico che tutto funzioni come dovrebbe.

Questa volta l'albero è nella posizione corretta. La barca è regolata bene, le vele lavorano bene e anche la distribuzione dei pesi a bordo è quella giusta.

Eppure, niente.

Loro vanno più veloci.

Non è una differenza enorme, quella che ti fa capire immediatamente che stai sbagliando qualcosa. È una piccola differenza di velocità, quasi impercettibile, che però, miglio dopo miglio, diventa un abisso.

Durante la notte ci guadagnano dieci miglia.

Dieci miglia!

Dentro di me sono frustrata, certo, ma allo stesso tempo sono incredibilmente felice.

Perché so che, dopo questa regata, potrò finalmente allenarmi con loro. Potrò osservare come navigano, confrontarmi direttamente con i loro skipper e, soprattutto, cercare di capire quei piccoli dettagli che fanno la differenza.

È esattamente quello che volevo.

C'è però una buona notizia: al di là delle prime cinque o sei barche, riesco a mantenere il passo del resto della flotta.

Non sto perdendo terreno da tutte le parti. Sono competitiva, riesco a giocarmela e comincio a capire meglio dove mi trovo rispetto agli altri.

E poi, finalmente, arriviamo al Fastnet.

La roccia nella nebbia

Che passaggio!

Da quando abbiamo lasciato la Bretagna, c'è una costante che ci accompagna: la nebbia.

Una nebbia fittissima, di quelle che ti fanno perdere completamente il senso delle distanze e ti costringono a prestare attenzione a ogni dettaglio.

Vi dico soltanto che riusciamo a vedere la roccia del Fastnet quando siamo ormai a pochi metri.

Un luogo iconico della vela oceanica, una roccia che tanti velisti sognano di raggiungere almeno una volta nella vita, e noi ce la troviamo davanti quasi all'improvviso, avvolta in una nuvola bianca.

E poi c'è la corrente.

Mi chiedo quale sia la sua intensità, quanto possa influenzare la manovra e in che direzione ci stia spingendo.

Faccio appena in tempo a pensare di entrare in barca a prendere le tavole delle correnti che il mare comincia a ribollire.

Onde, vortici, acqua che si muove in tutte le direzioni.

Direi che la risposta alla mia domanda è piuttosto evidente.

La corrente ci sta portando verso le rocce!

Insomma, la manovra si fa impegnativa. Bisogna restare concentrati, gestire la barca con precisione e non farsi sorprendere dalla combinazione di nebbia e corrente.

Ma riusciamo a girare il Fastnet senza problemi e a impostare la rotta di ritorno verso la Francia.

Una lunga bolina aperta, a tratti un traverso, ci riporta verso la Bretagna.

E quando finalmente torniamo a vedere la costa francese, succede qualcosa di incredibile.

Contro ogni stereotipo, in Bretagna splende il sole!

Le Four: una porta che si chiude

Non facciamo in tempo a goderci il sole che ci troviamo davanti a un'altra sfida.

Una dorsale porta con sé poco vento e dobbiamo prepararci ad affrontare uno dei passaggi più tecnici del percorso: Le Four.

Si tratta di uno stretto passaggio tra gli scogli, dove la corrente può raggiungere velocità impressionanti, fino a otto nodi.

Otto nodi di corrente!

Per chi non naviga, provate a immaginare una barca che si muove sull'acqua mentre il mare stesso la trascina in una direzione diversa. Se il vento è debole, la corrente può diventare il fattore dominante e decidere completamente il vostro movimento.

E se sbagliate il momento del passaggio, rischiate di non riuscire ad avanzare come vorreste, o addirittura di essere spinti indietro.

Noi arriviamo proprio mentre la corrente sta per invertire direzione.

Passiamo con circa sei nodi di corrente, riuscendo a infiltrarci nello stretto prima che la porta si chiuda.

Siamo fortunati, ma anche preparati: bisogna leggere le condizioni, scegliere il momento giusto e sfruttare la finestra disponibile.

Molte barche, invece, hanno dovuto gettare l'ancora per evitare di essere trascinate indietro dalla corrente.

Noi riusciamo a passare e, quando il vento torna a rinforzare leggermente, issiamo nuovamente lo spi.

Mancano ormai soltanto le ultime miglia.

Undicesimi al traguardo

Continuiamo a navigare verso l'arrivo, cercando di sfruttare ogni refolo e di mantenere la velocità fino all'ultimo.

Tagliamo il traguardo in undicesima posizione.

Sono molto contenta della regata. Abbiamo navigato bene, gestito passaggi tecnici impegnativi e, soprattutto, sono riuscita a confrontarmi con una flotta di altissimo livello.

Le prime cinque barche sono ancora un passo avanti, questo è evidente. Ma ora ho una motivazione in più per capire come raggiungerle.

Posso finalmente andare ad allenarmi con loro, imparare dai loro errori e dai loro successi, osservare come regolano le barche e scoprire quei piccoli segreti del mestiere che non si imparano soltanto leggendo un manuale.

Questa volta, la differenza di velocità non è soltanto una fonte di frustrazione: è uno stimolo.

E poi, diciamocelo, entrare nel gruppo di allenamento di Lorient era uno dei miei obiettivi più importanti. Ora che ci sono riuscita, non vedo l'ora di cominciare!

Benvenuta a Lorient, Fripouille!

Finita la regata, lascio la barca a Lorient e affitto una macchina per tornare a La Rochelle a recuperare tutte le mie cose, compreso il carrello della barca.

È finalmente arrivato il momento di trasferirmi.

Non dimenticherò mai il giorno in cui sono arrivata nel parcheggio dove vengono tenute le barche a secco.

A Lorient, infatti, le barche vengono messe in acqua per gli allenamenti e tirate nuovamente a terra nei giorni di pausa. In questo modo si riduce il tempo trascorso inutilmente in acqua e si possono controllare e mantenere le carene con maggiore facilità.

Scendo dalla macchina e comincio a guardare le chiglie e i bulbi delle altre barche.

E lì noto qualcosa.

Luccicano.

Ma luccicano davvero!

Mi avvicino, le osservo, le tocco. La superficie è così liscia che sembra di accarezzare la pelle di un bambino.

Poi tocco la mia.

La mia sembra la buccia di un'arancia lasciata vicino al camino.

Mmm.

Mi fermo un attimo a guardarla e penso: ecco, abbiamo trovato il primo segreto!

Naturalmente, so benissimo che una superficie bagnata più liscia riduce la resistenza all'avanzamento. Ma, fino a quel momento, ero convinta che la mia carena fosse già abbastanza performante.

A quanto pare, no.

Signore e signori, abbiamo trovato un altro punto da migliorare.

Si scartavetra!

E quindi, adesso?

Adesso si inizia a scartavetrare.

Abbiamo meno di un mese prima di tornare in mare per affrontare un'altra parte importante della preparazione alla traversata oceanica, la regata fino alle Azzorre, e la mia chiglia deve diventare liscia come la pelle di un bambino.

Non c'è tempo da perdere.

Ogni volta che penso di aver sistemato tutto, scopro qualcosa di nuovo. Una regolazione, una vela, una superficie, un dettaglio che può fare la differenza.

E allora si ricomincia.

Perché il sogno di attraversare l'Atlantico non si costruisce soltanto in mare, tra le onde e il vento.

Si costruisce anche qui, in un parcheggio, con la carta abrasiva in mano e una chiglia che deve diventare liscia come quella degli altri.

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Absolutely Absolute!